Got
A Revolution! – The Turbulent Flight Of Jefferson Airplane
By
Jeff Tamarkin
Helter Skelter 2003, £14.99, pp408
Le ragioni per cui artisti o gruppi il cui lavoro si coniuga prevalentemente
al passato vengono considerati "correnti" possono essere le più
varie, e anche un esame attento avrà quale inevitabile risultato il
permanere di zone d’ombra e di misteri irrisolti. Va da sé che un successo
commerciale che si perpetua attribuisce automaticamente una valenza di "attualità"
– vedi Paul McCartney, Elton John, gli Eagles o i Rolling Stones. Ci sono
poi quelle esibizioni minoritarie dal valore essenzialmente nostalgico atte
a rassicurare sulla reale esistenza di un tempo lontano in cui la musica contava
ancora qualcosa – un buon esempio sono le riunioni dei Sex Pistols. Ovviamente
una morte prematura è in grado di garantire una certa notorietà
– vedi Jimi Hendrix e i Doors, e più recentemente Nick Drake e Jeff
Buckley (ma – curiosamente – non papà Tim). Non guasta essere citati
a tutto spiano – vedi il caso dei Velvet Underground (e a un certo punto l’effetto-valanga
oscurerà somiglianze vere e presunte). Ovviamente le condizioni presenti
danno le coordinate, da cui la popolarità dei Byrds (e soprattutto
la riscoperta di Gram Parsons) da parte dei musicisti classificabili nel (cosiddetto)
movimento alt country; e il riaffiorare di MC5 e Stooges, perenni punti di
riferimento per chi ha deciso che saper suonare non è poi così
importante. C’è poi il nome che ricompare dalle nebbie del passato
– vedi il recente caso dei Love (mentre Skip Spence non ce l’ha fatta).
Dato il clima, non sorprende più di tanto che il decennale
della scomparsa di Frank Zappa sia passato pressoché sotto silenzio.
E va da sé che le celebrazioni per il trentennale della pubblicazione
dell’album di esordio degli Hatfield And The North sono l’ultima cosa che
ci aspetteremmo. Ci sono comunque due casi di "mancata riscoperta"
che incuriosiscono non poco. Il primo è quello dei Creedence Clearwater
Revival, che alla fine degli anni sessanta dominavano l’etere statunitense
con il loro rock "elementare per asciugamento": ottimo esempio di
economia espressiva a basso contenuto di retorica il cui chitarrismo "roots"
(che ha indubbiamente influenzato più di qualcuno) sulla carta dovrebbe
avere non poche chance nell’attuale panorama USA. Il secondo caso misterioso
è quello dei Jefferson Airplane.
La formazione "classica" degli Airplane ha prodotto un
buon numero di album di ottima qualità che è possibile ascoltare
con piacere ancora oggi: Surrealistic Pillow, After Bathing At Baxter’s (ambedue
del 1967), Crown Of Creation (del 1968), il grintoso live Bless Its Pointed
Little Head (pubblicato nel ’69) e quello che è forse l’apice della
produzione del gruppo: Volunteers (1969). Ma a ben considerare non valgono
certamente poco né i due album di studio incisi dopo alcuni rimaneggiamenti
della formazione – Bark (1971) e Long John Silver (1972) – né i primi
album degli Hot Tuna, il gruppo satellite dedito al rock-blues; e lo stesso
può dirsi degli album (variamente accreditati) che hanno per titolo
Blows Against The Empire (1970), Sunfighter (’71) e Baron Von Tollbooth And
The Chrome Nun (’73).
Democrazia dall’equilibrio perennemente precario, i Jefferson sfoggiavano
una miscela di voci di bella originalità, annoveravano quattro ottimi
autori dallo stile fortemente eterogeneo e si reggevano su un solido impianto
strumentale dove spiccavano uno dei bassisti più originali di tutta
la storia del rock (Jack Casady) e uno dei pochi chitarristi di cui si può
dire che hanno inventato un suono (Jorma Kaukonen). Ovviamente impossibile
tacere di Grace Slick, tra le pochissime donne "in rock" dell’epoca:
cantante personalissima, presenza di massimo impatto, personalità sarcastica
e corrosiva, autrice di splendide canzoni che pur godendo appieno dello "spirito
del tempo" sono tra quelle che meno dimostrano il passare degli anni
(un’ideale antologia delle canzoni che la Slick ha inciso con il gruppo entrerebbe
a pieno titolo in una ristrettissima serie di "classici del rock").
Ma la storia dei Jefferson Airplane si intreccia con quella dei mutamenti
– politici e di costume – di quell’epoca, di cui può essere considerata
a pieno titolo rappresentante esemplare. Laddove la guerra nel Vietnam (e
la leva), il diffondersi esponenziale delle sostanze stupefacenti, il lento
affermarsi di una nuova estetica musicale, il crescente divario tra "vecchi"
e "giovani", un diverso atteggiamento nei confronti della politica
trovavano un riflesso nelle vicende del gruppo. Un gruppo – è bene
ricordarlo – che all’epoca godeva di grande fama, e le cui vicende facevano
quindi da amplificatore.
Strano a dirsi, Got A Revolution! (il titolo proviene da un verso
di Volunteers) è il primo libro a trattare la storia della formazione.
C’erano state in precedenza due biografie dedicate alla Slick: innanzitutto
il libro di Barbara Rowes intitolato Grace Slick: The Biography (1980), pregevole
soprattutto perché unico; poi l’autobiografia della stessa Slick, non
sorprendentemente intitolata Somebody To Love (1998), dal titolo di quello
che insieme all’inno lisergico White Rabbit è il brano più conosciuto
– e di maggiore successo commerciale – degli Airplane.
Jeff Tamarkin è per molti versi la persona giusta per narrare
questa storia: testimone dell’epoca, ottima familiarità con le gesta
e la discografia degli Airplane, ex direttore della rivista specializzata
Goldmine, Tamarkin è anche autore delle note di copertina di numerosissime
ristampe in CD di album riferibili alla grande famiglia Jefferson. Da cui
un attento lavoro di ricerca delle fonti – e un accesso discretamente approfondito
agli stessi musicisti, che si ritrovano così a commentare i fatti a
distanza di tanto tempo (e non sempre i ricordi coincidono). Esaustivo sul
piano della biografia dei protagonisti, il libro non è (fortunatamente)
avaro per quanto riguarda le vicende politico-sociali di quel tempo. Il lettore
avrà quindi occasione di ricordare (o incontrare per la prima volta)
quanto di essenziale della scena di San Francisco – luoghi, vicende e personalità
incluse – e degli Stati Uniti in genere.
Il suo essere unico farebbe comunque di Got A Revolution! un libro
indispensabile ma la quantità di fatti e vicende narrati lo rende un’ottima
introduzione alla storia del gruppo, utile sia al neofita che a coloro i quali
– pur fan degli Airplane – non hanno goduto di accesso diretto a fonti dell’epoca.
L’unico difetto imputabile al libro è una qual certa brevità
– un’affermazione che sembrerà certamente paradossale, visto che stiamo
parlando di un libro di più di quattrocento pagine (a proposito: non
mancano ovviamente foto, indice, discografia, bibliografia e alcuni rimandi
al mondo della Rete). Il fatto è che Tamarkin ha scelto di narrare
proprio tutta la storia, includendo quindi il periodo di "rinascita commerciale"
firmato Jefferson Starship (a partire dal 1974) e i decisamente poco utili
anni ottanta (gli "anni reaganiani" e di MTV). Il che in un’ottica
"completista" è senz’altro comprensibile, ma ha la spiacevole
conseguenza di togliere spazio a un esame più approfondito della musica
– e lo spazio, già non estesissimo per quanto riguarda gli album "classici",
diventa davvero esiguo per le opere più tarde ma pregevoli di cui s’è
già detto. (Abbiamo talvolta avuto l’impressione che Tamarkin conoscesse
a tal punto gli album da dimenticare che lo stesso non debba necessariamente
valere per il lettore.) Ma potrebbe essere una distorsione dovuta alla nostra
prospettiva. E in un’ottica cinica si potrebbe sostenere che la quantità
di informazioni offerte dal libro è fin troppa.
Beppe
Colli
©
Beppe Colli 2003
CloudsandClocks.net
| Dec. 12, 2003